Storia del radicchio di Treviso

 

Il radicchio, dono d'autunno

Mentre la terra dopo la luce estiva comincia a raccogliersi nell’umidità del proprio grembo, preparandosi ai rigori invernali, c’è una pianta, il radicchio (Cichorium intubus) che raccoglie tutta la sua ricchezza in un concentrato di essenze e di minerali dal colore intenso e caratteristico: le foglie paiono quasi stendardi scarlatti su fusti marmorei, il cespo che si alza eretto sembra mimare certe chiese neoclassiche del trevigiano, dal carattere nobile e tagliente.

Il radicchio trevigiano sembra sintetizzare diverse peculiarità del carattere veneto: il colore ha qualcosa di religiosamente penitenziale, le foglie sono slanciate verso il cielo, le linee sono marcate come a sottolineare una predisposizione contemplativa, un’attenzione lucida al dettaglio. Non è una pianta votata tanto alla quantità, quanto piuttosto alla nettezza, alla qualità del tratto e del gusto.

Il radicchio è una cicoria derivata anticamente da una varietà spontanea. E’ una dicotiledone appartenente alla famiglia delle Asteracee, alla sottofamiglia delle Ligulifore, tribù delle Cicoracee: anche l’appartenenza della famiglia botanica sottolinea il legame del radicchio con la sfera celeste.

La cicoria spontanea cresce in buona parte dell’Eurasia, quanto meno dall’Europa occidentale fino all’Afghanistan. C’è chi sostiene che nel giardino dell’Eden la si sia scoperta per la prima volta, ad opera di Adamo…

 

L’antichità


Uno dei primi uomini di scienza che nomina nei suoi scritti la “lattuga venetica” è Plinio il Vecchio (23 - 79 d.C.) nella Naturalis Historia, che ne decantava le proprietà depurative. Galeno (129 - 210 d.C.) la definiva “pianta amica del fegato”. In somma veniva utilizzato già in antichità come medicamaento, in particolare pare lo si usasse spesso per affrontare l’insonnia.

La grande varietà fenotipica della cicoria e selezioni successive per opera dell’uomo hanno permesso la creazione della varietà “perfetta” che conosciamo, varietà che si è talmente integrata nel territorio da essere di coltivazione quasi impossibile in contesti differenti.

 

La modernità


Durante la seconda metà del XIX sec. giunge dal Belgio nelle campagne della Marca Francesco Van den Borre, famoso progettista di parchi e giardini. Esperto dell’imbiancamento dell’insalata belga, c’è chi sostiene che il suo apporto sia stato determinante nelle scelte agronomiche che hanno portato alla tecnica odierna.

Al dicembre 1899 risale la prima Mostra Annuale del Radicchio Rosso Trevigiano, che si tiene ancor oggi nella Loggia del Palazzo dei Trecento. Da allora l’Associazione Agraria Trevigiana iniziò una serie di iniziative volte al miglioramento delle tecniche di affinamento del radicchio ed alla coltivazione.

Pochi decenni dopo si individua un’area ben precisa dedicata alla coltivazione della varietà, ovvero la zona compresa tra Preganziol e Dosson.

La produzione annua di radicchio rosso (varietà chiamata anche “spadone trevigiano”) ammonta ad oltre 11.000 quintali. Circa un terzo di questa produzione viene consumata nella stessa provincia di Treviso. Il resto viene distribuito tra il mercato italiano e quello estero. Molte cucine d’alto livello sanno apprezzare il gusto di quest’angolo di Veneto: se andate in Germania incontrerete la Roter Salat aus Treviso, a New York il Red Treviso’s chicory, and so on...